la convensciòn aziendale

dunque, in azienda ci sono top manager (zero virgola percento), manager (x percento), operativi (due terzi) e junior (un terzo).

La piramide si deve mantenere, quindi se volete crescere fate crescere l’azienda!

Buffo come queste affermazioni cambino senso alla luce di tutte le considerazioni su crescita e decrescita fatte in questo periodo.

L’azienda è cresciuta enormemente, ma quasi tutta per acquisizioni, meno per creazioni di nuovi mercati, quindi caso mai il management è gonfiato. Visto che siamo in un mercato già ben presidiato, non terra vergine, si può solo crescere a spese dei concorrenti. Siamo in una situazione stabile.

Se la situazione è stabile, si può diventare manager solo con un tasso di sostituzione 1 a 1, quando qualcuno muore o se ne va. E con la situazione attuale di mercato è più facile la prima della seconda.

Ancora una volta, la mia carriera è da ripensare.

Sui teorici della “decrescita felice”

Scrivo questo post a seguito di una discussione con Uomo in Cammino sul sito di Pilger, e vedo che anche l’ottimo Fausto ha la sua opinione sull’argomento “crescita”.

Il motivo per cui lo scrivo è semplice: i teorici della “decrescita felice” stanno sbagliando strada, e mi preoccupano. Mi rendo conto che questo è un argomento sensibile perché impatta direttamente gli stili di vita delle persone, quindi mi serve almeno un post intero per fare chiarezza.

I teorici della decrescita felice partono da un assunto di base: siamo troppi, se fossimo di meno staremmo meglio. Il che messa così è incontestabile, peccato che poi la realtà come al solito sia più complessa e controintuitiva.

Se me la passate è come nei film di zombie: c’è un epidemia che di punto in bianco stermina il 99% della popolazione, e protagonisti / sopravvissuti, a parte qualche dettaglio tipo schivare i morsi e lottare per la vita, si godono gli spazi sterminati e i prodotti della civiltà finita: auto, benzina, cibo in scatola, e tutto il contenuto dei vari centri commerciali.

Poi di solito nei film finiscono tutti sbranati, ma cosa succederebbe se andassero avanti ancora? Ovvio: la benzina finirebbe, le medicine finirebbero, il cibo in scatola scadrebbe. I nostri sopravvissuti si troverebbero a dover ricostruire una dura civiltà contadina, senza trattori, concime, possibilità di costruire attrezzi di metallo. In un paio di generazioni si perderebbero tutte le conoscenze superiori, e si entrerebbe in un nuovo medioevo di fame e epidemie illuminato da qualche parte da un singolo manufatto, un pannello solare o un alternatore azionato da un mulino ad acqua, custoditi gelosamente con cura maniacale.

Ok, questo è un film di zombie, ma non sembra più così bello vero?

Ho notato che i nostri teorici della decrescita felice (non tutti ovviamente) hanno alcune caratteristiche comuni: odiano la vita affollata, amano la campagna, hanno un certo senso ecologista e non disprezzano la fatica muscolare. Queste sono tutte cose degnissime e condivisibili, lo è un po’ di meno pensare o desiderare che tutto il mondo si trasformi in una grande campagna. Se non altro perché la vita in città consuma molte meno risorse e spinge alla condivisione di spazio, infrastrutture, mezzi di trasporto etc, quindi paradossalmente chi ha una coscienza ecologica dovrebbe trasferirsi nella città più grossa e affollata possibile.

Sempre per paradossi, cos’è la decrescita felice? Mano consumi, meno cose, meno persone. Vita più dura, meno scelta, meno possibilità. Tutto questo è desiderabile? L’alternativa è davvero insostenibile come ci dicono?

Partiamo dalle basi: cos’è questa benedetta crescita? Non si può andare avanti senza introdurre il concetto di PIL (Prodotto Interno Lordo). Sono cose note su cui vado veloce, se avete dubbi controllate su Wikipedia.

Un giorno si decise di definire la ricchezza come “le cose che puoi fare”: quali servizi puoi ricevere, quali cose puoi avere, quali viaggi puoi fare. In una parola, i tuoi “consumi” (con tutte le connotazioni di questa parola).

La ricchezza si può misurare in vari punti: quando il soldino entra nel deposito di zio Paperone, quanti soldini ci sono nella pigna (stock), o quando finalmente vengono spesi liberando la “ricchezza” che contenevano. Per motivi di semplicità si è scelto di misurare quest’ultimo: francamente faccio fatica a pensare come la ricchezza “taglio di capelli dal barbiere” possa essere misurata prima di essere prodotta.

Il PIL ha subito un sacco di critiche, giù giù fino alle canzoni di Giovanotti. Che non cattura la felicità, che non è vero che i ricchi stanno meglio, e soprattutto, quella più sensata, che non cattura il “valore” dei consumi: se spendo 100 euro in un corso di formazione, o 100 euro in sigarette, ai fini del pil è la stessa cosa. Peggio, se brucio una foresta e spendo soldi per i pompieri, il PIL di quell’anno aumenta perché ho consumato ricchezza.

Le critiche sono valide, e sono stati proposti indicatori alternativi per il benessere, ma alla fine della fiera, tutti questi indicatori sono apparsi fortemente correlati al PIL, quindi per ora ce lo facciamo andare bene. Apparentemente chi è più ricco è davvero più felice.

Ora, il PIL misura il flusso di ricchezza annuo di una nazione sotto forma dei suoi consumi, il PPC (Pil Pro Capite) quello di un suo abitante, e si ottiene come PIL / numero di abitanti. Di solito quando pensiamo a nazioni ricche come gli USA o il Lussemburgo, pensiamo a nazioni con un PPC più alto del nostro, mentre le più povere ce l’hanno più basso. Le nazioni con un PPC più alto hanno individui (in media) più produttivi, che quindi possono permettersi più consumi di beni e servizi.

Ma cosa aumenta la ricchezza? Ci sono due fattori.

Il primo è quello ricordato da Fausto nel suo post, semplicemente il maggiore consumo. Potremmo avere più figli, bruciare più carbone, comprare più automobili, costruire più palazzi. Va da sè che questo modello è insostenibile, come sappiamo da almeno un paio di secoli. A un certo punto semplicemente finiremmo i soldi, le risorse, la capacità di prendere a prestito, e fine dei consumi.

Ma per quanto modello insostenibile, non ce lo siamo certo negati eh, anzi ci siamo buttati a capofitto. Oggi siamo 7 miliardi di esseri umani, una cifra che faccio fatica a immaginare. L’impronta ecologica degli italiani è il doppio del territorio, due Italie non basterebbero a reggere il nostro attuale ritmo di consumo. Soprattutto, le fonti fossili su cui si basa il nostro sviluppo non sono infinite, come non lo è la capacità dell’ecosistema terrestre di smaltire il nostro smog e i nostri rifiuti.

In questo senso stiamo già prendendo abbondantemente a prestito le risorse delle prossime generazioni, e i decrescisti hanno ragione, siamo troppi e basta. Eppure stiamo ancora crescendo (di numero). Su questa cosa ci torno dopo.

Per fortuna c’è un secondo aspetto della crescita, che nel mondo industriale è noto da almeno un secolo e mezzo: l’ottimizzazione. Abbiamo imparato a fare le cose meglio, con meno energia, materiali, manodopera.

Le automobili del dopoguerra avevano consumi per chilometro imbarazzanti. I primi computer occupavano un piano di un palazzo e avevano meno capacità di calcolo del mio telefono. Si sono liberati tempo energia e materiali per fare altre cose; possiamo compiere operazioni senza andare allo sportello, risparmiando tempo e benzina. E’ questo fare di più con meno, non l’aumento numerico, la crescita su cui dobbiamo puntare. Non tanto l’avere meno cose o meno scelta, ma averle con meno impiego di risorse.

Poi chiaramente dovremmo modificare le nostre abitudini in senso più rispettoso dell’ambiente: per portare le persone che porta un treno ci vorrebbero centinaia di automobili, quindi per dirne una va incentivato il trasporto pubblico a spese di quello privato.. e ci vogliono amministratori con la lungimiranza di fare questo tipo di operazioni, e elettori abbastanza maturi, informati, e disinteressati da eleggerli. Dovremmo vivere in un paese che forma tecnici in grado di capirla e di farla questa ottimizzazione, a livello industriale e procedurale, e non sfornare solo filosofi e creativi (non così tanti comunque). Dovremmo vivere in un paese con una cultura industriale e non solo del laboratorio artigianale, o dove gli unici eroi televisivi sono i cuochi.

Poi c’è il discorso della popolazione: in realtà ci siamo già spinti troppo oltre nel prendere a prestito alle generazioni future. Ci sono profondi squilibri: ci sono paesi dove la demografia è ancora fuori controllo, per la mancanza di pianificazione famigliare e la cultura contadina, e altri come l’Italia, la Germania e il Giappone che sono in pieno sboom di popolazione. Quando l’onda lunga del baby boom sarà passata, chi creerà i beni e i servizi che sono alla base della ricchezza? chi pagherà le pensioni future? un paese spopolato avrà la forza di mantenere la sua struttura sociale? L’immigrazione di questi anni conferma che la natura non tollera i vuoti. E non vale dire che i pensionati di oggi ci dovevano pensare prima: il pranzo è già stato mangiato e ora resta solo il conto.

I miei genitori mi raccontavano che negli anni ’60 era normale pagare con le cambiali: c’era grande fiducia nel futuro, e quindi nella propria possibilità di ripianare i debiti con i propri guadagni. Ora i guadagni si stanno prosciugando, ma restano le cambiali: chi ha in mente un cambio repentino farebbe meglio a tenerlo a mente.

E soprattutto c’è la grande incognita di cosa succederà quando si esauriranno le fonti fossili. In questo ottimo articolo sulla demografia, ci informano che in media ogni uomo moderno dispone dell’energia equivalente a 10 schiavi (per muoversi, per lavare e cucinare, per accendere le luci, ma anche quella consumata per costruire la casa dove abita etc.), il che ci fa immaginare quanto dovesse essere dura la vita in passato.

Al momento queste fonti fossili sono insostituibili e in attesa di soluzioni avveniristiche (la fusione nucleare?) non abbiamo la più pallida idea di cosa succederà quando finiranno, o meglio quando l’energia ricavata e quella per estrarle diventerà quasi uguale.